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Tesori del Vajont: considerazioni dal libro "fantasmi di pietra" di Mauro Corona

Dettaglio Fonti: 
La Repubblica
Data: 
24/03/2015

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/03/22/foto/vajont_e_parco_delle_dolomiti_friulane-110146211/1/?rss&ref=frct1&_vmx=841252#11

 

Nella Repubblica del 24 marzo odierno, una serie di foto con qualche didascalia ha riacceso l'esperienza dei pochi ma intensi giorni di inizio anno nel Cadore. Ogni giorno, durante il trasferimento alle nostre mete escursionistiche, nelle strette valli svettavano più o meno vicine, guglie, cime e vette favolose: Spalti di Toro, Marmarole, Antelao, Civetta, Tofane…ma altre meno note di elegante e aspra linea ,coerenti allo stile appartato e severo di questi luoghi. Alla fine la visita al Vajont non ha solo celebrato il ricordo e il rispetto a questa grande tragedia umana e ambientale, ormai fusa nella Storia, ha pure permesso una visita fugace al paese di Erto con lo scorcio delle sue montagne, Borgà, Palazza, Duranno, cantate nella pagine di Mauro Corona.

Però scrivo per un motivo diverso dal citare questo alpinista scrittore fin troppo noto, anche per il suo personaggio rude e ostinatamente coerente allo stile del montanaro.

Invece quel poco tempo nelle vie desolate e silenziose del paese, teatro di sfollate genti, ormai vuoto con qualche segno di presenza che lascia ancora più spazio alle voci dell'abbandono, ha

riportato alla memoria un libro di Corona 'Fantasmi di pietra'; una dedica, una sfida a sottrarre case e persone all'oblio, un'illusione volatile come polvere a far rivivere il paese.

Ogni volta che penso a Erto, il mio vecchio paese, quello abbandonato dopo il Vajont, con le vetuste case una attaccata all'altra e le vie di acciottolato buie e strette, la memoria va verso l'inverno. Il primo ricordo è il tempo degli inverni, la memoria è quella della neve. Notti infinite, silenzi laboriosi, lunghi, pazienti, interrotti solo ogni tanto da sprazzi di allegria nelle feste di Natale e Capodanno. Porte di stalle s'aprivano per cambiare l'aria, il fiato delle bestie usciva nel gelo, condensava in nuvole azzurre che si alzavano lentamente mescolandosi più in alto al fumo dei camini.

Eppure non si ha l'impressione di memorie, di una rievocazione letteraria. Queste pagine hanno una potenza da testimoni del vero, per la semplice ragione che lo scrittore cammina e ci porta con lui casa per casa, si ferma, abita le stanze, le vie, le stalle incontrando e ascoltando: ogni nome prende corpo e fisionomia, ogni materia ha un odore, ogni attrezzo dà un suono.

Odore di legna spaccata, l'aspro aroma del carpino nero, albero nodoso, cocciuto, che non lascia braci, quello di pane cotto del faggio accatastato a solivo, o la mandorla del ciliegio, disposto in tronchi da metro, con la faccia rivolta a ponente per stagionare meglio. I legni, per diventare buoni, dovevano guardare il tramonto, «verso dove finisce la strada» diceva mio nonno. Solo così risultavano migliori, meno tenaci, meno aggressivi. La consapevolezza della fine toglieva loro irruenza e resistenza. Anche l'uomo se pensa al tramonto diventa migliore.

Un libro come  questo rende diversa la visita, permette di vedere ciò che si guarda soltanto, suscita l'attesa d'una esperienza di condivisione, pone il visitatore nel rispetto dovuto a un ospite. Infatti quel dolore di abbandoni, rovine, quegli oggetti che loro, ci guardano da vani sventrati, usci e finestre rotte, sono presenze, vere presenze, come possiamo pensare che passi e occhi da turista possano percepire la profondità del tempo vissuto e mai più ritrovato?

Di tutto quello che fu vita, lavoro, tradizione, cultura, non vi è rimasta traccia. Del mio vecchio paese resta soltanto un buon odore di pietra morta e muschio.

Quando saremo vecchi, lungo le vie della Erto morta ci spierà la nostra infanzia, ci sorriderà la nostra adolescenza. Entrambe verranno a rammentarci i tempi felici, quando il paese era vivo e brulicava di gente, e si viveva in pace nel lavoro e nelle feste, e noi eravamo giovani, pieni di esuberanza e di entusiasmo. Cose che oggi non abbiamo più. E non abbiamo più nemmeno il nostro paese.

Arrivano nomi e volti, mestieri e usanze, scorrono le quattro stagioni, ma è l'inverno che apre e chiude il racconto, gli incontri con i fantasmi di pietra e di ossa.

Viene un colpo di vento, come un lungo sospiro. Non è un sospiro, è uno sbadiglio: un grande, pacifico sbadiglio. Il paese vecchio s'è addormentato, lo sento respirare piano sotto la neve. Ha preferito dormire tra le braccia dell'inverno imminente, per non sentire, per non vedere, per non soffrire. Mentre dorme non assiste alla propria rovina. Fino a primavera il letargo lo aiuterà a resistere. Poi, si vedrà.

Ormai è tempo di lasciare Erto e gettare alle montagne friulane la nostra attenzione: nelle foto al link indicato, appaiono in tutta la loro severa bellezza, anche le meno note. Magari possiamo considerare il nostro breve viaggio un invito aperto ai monti friulani e chissà che un piccolo libro rivolto a tempi tanto diversi e lontani non ci restituisca un'intima bellezza, che permane sempre, spento il tempo del viaggio.

 

                                                                                             Angela Margaritelli

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